…a volte il filo su cui cammino, rattoppato, annodato, ricucito e reso - oggi - splendente, si fa più teso e io, che non sono capace di camminare con un piede davanti all’altro ma sembro paperina, indugio, mi fermo e lo stomaco si contrae.
Non pensavo che amare così tanto potesse generare nuove insicurezze e che io non fossi capace di razionalizzare gli avvenimenti e le parole. Invece mi trovo a fare i conto con un’eredità lasciatami da profonde ferite, oggi cicatrici, che ogni tanto - forse quando piove, come i dolori articolari - spurgano vecchi retaggi emozionali e mi mettono di fronte alle mie debolezze.
Ho paura di perdere quello che ho, di non essere all’altezza, di non essere abbastanza attraente, di non fare il possibile per darmi, per rendere felice chi mi sta accanto. Ascolto i discorsi di matrimoni, di storie finite, percepisco intorno a me la “normalità” di avere un altro o un altra al di fuori del rapporto, chiamiamolo “ufficiale”. Sento le donne e gli uomini che raccontano che non può durare, che le donne devono essere sempre belle per i loro compagni, che chissenefrega dei pavimenti, meglio un baby-doll, che l’abitudine e il vivere insieme tranciano le passioni, che alla fine si cerca sempre qualcos’altro.
E io ho paura, perché non voglio credere a tutto questo, perché penso che noi siamo diversi, che tu sei speciale e hai scelto me e allora non può che andare bene.
E poi mi addormento alle dieci sul divano e tu mi lasci dormire, con il pigiama di hello kitty e i miei vestiti spiegazzati sulla sedia. Tu che hai lavorato, hai fatto mille commissioni e nel frattempo hai steso, lavato i pavimenti, stirato. Tu che sei completamente autosufficiente e io che non lo sono, perché se non ci fossi tu a fare le lavatrici probabilmente avremmo la roba pulita solo la domenica sera. E allora penso che forse ti stuferai di tutto questo e che sarebbe meglio avere accanto una donna che badi perfettamente alla casa e sia sempre passionale e coccoli in ogni modo il suo uomo.
Sei tu quello delle sorprese, quello che cucina meglio, quello che si occupa delle bollette, quello che fa il padre e l’amico e il compagno, quello che mette le mie esigenze sempre al primo posto e non mi fa mai pesare nulla.
Io sono quella che lascia tutto in disordine, che quando cucina una frittata sporca cinquecento pentole, che fa fondere la plastica nel forno, che perde i documenti, che non riesce a raccogliere la cacca di jiji senza un conato di vomito.
MI sento sempre in difetto, ho continuamente in testa una voce che mi dice “sì, anche questa volta hai mancato”…eppure tu non dici mai nulla, non ti mostri infastidito, non ti arrabbi mai. E allora penso, ecco non si arrabbia perché non vuole ferirmi, ma forse vorrebbe farlo e poi non lo fa perché conosce le mie fragilità, lo fa per proteggermi.
Io con l’omino profumato non ce l’ho la corazza e le paranoie, qualche volta, spuntano.
E pensare che ho appena comprato un paio di tacchi bellissimi 