Rullo di tamburi

•novembre 10, 2010 • 15 commenti

“Vorrei avere il coraggio di buttarmi davvero, ma non so se arriverà mai il momento giusto per farlo”
L’ho fatto. Mi sono buttata. Al buio, senza paracadute, in modo impulsivo, avventato, tutto di cuore. A volte i desideri si avverano. Magari non hanno il colore che ci aspettiamo, non ci renderanno la vita più semplice, complicheranno tutto, strapperanno abitudini e comodità, ma ci faranno sentire vivi.

Un curriculum, un colloquio, una stretta di mano, un contratto precario che più precario non si può, turni con sveglia nel cuore della notte, impegno che dovrà essere massimo per potere andare avanti. Ecco fatto. Da domani, ore 8, Miss Verdespirito sarà la giornalista che voleva essere, lontana da Cota, dai leghisti, dai continui compromessi per non impazzire. Ho stracciato un contratto che mi avrebbe garantito ancora un anno e mezzo di lavoro certo per poi, forse, trasformarsi in un tempo determinato. Ho strappato i ticket, la mutua, le ferie, i permessi per le visite mediche, il sabato e la domenica di riposo, la tredicesima. Gli straordinari pagati no, quelli erano per beneficenza.

Precaria precarissima di nuovo, 7 giorni di lavoro e 2 di riposo quando capita, ogni tanto, magari, saranno nel week end. Quattro turni, per coprire dalle 5 del mattino all’1 di notte.

Matta matta matta. E contenta. Mi sono fatta una domanda soltanto: soffrirei di più chiedendomi come sarebbe stato se avessi accettato o nell’accorgermi che tra qualche mese dovrò ricominciare per l’ennesima volta da capo?

Mi sono risposta e ho deciso di buttarmi.  Incrociamo le dita😉

…e la pagnotta

•giugno 22, 2010 • 8 commenti

Sono diventata giornalista professionista un anno fa, dopo aver sostenuto un esame surreale, dopo aver studiato un programma immenso di diritto penale, costituzionale, pubblico, deontologia, storia e qualunque altre cosa vi venga in mente. Ho superato l’esame scritto con un buon punteggio – che non serve a nulla e non è indice di bravura – ma aiuta sempre l’autostima e l’orale è andato ancora meglio. Ero e sono contenta, sì. Ma sono davvero una giornalista?
Paradossalmente lo ero prima di diventarlo a tutti gli effetti. Lo ero quando, a 18 anni e una grande passione per la scrittura e un’immensa curiosità, ho cominciato a lavorare per un giornale locale. Piccole collaborazioni che con il tempo sono diventate tante, quotidiane. La politica, la cronaca, il costume, la nera. Ricordo ancora il primo morto ammazzato sulle rive del fiume una notte piovosa di settembre. Tornata a casa vomitai. Ricordo il delitto di Cogne, ricordo il menabò su carta, ricordo le bozze da correggere, le foto da impaginare, i titoli, le dita sempre nere per l’inchiostro, le sigarette fumate rileggendo i testi degli altri collaboratori. Ricordo che i primi tempi consegnavo i pezzi su un floppy e quando ci fu l’alluvione e i ponti sui fiumi vennero chiusi i vigili del fuoco facevano la spola tra una riva e l’altra con i nostri dischetti. Mi ricordo i colleghi e la stanchezza, il senso di liberazione dopo la chiusura.
E non posso non ricordare che guadagnavo 3,60 euro lordi all’ora. Per potermi permettere quel lavoro ero costretta a farne altri, meno divertenti, ma più redditizi. Così entravo in redazione al mattino, in pausa pranzo correvo in una tavola calda, apparecchiavo, servivo e lavavo i piatti. Cinque euro all’ora. Tre ore dopo tornavo in redazione e la sera, a giornale chiuso, facevo telemarketing per un’agenzia immobiliare, sperando di guadagnare qualcosa sulle provvigioni. Tra una telefonata e l’altra studiavo. Era faticoso, ma sapevo che un giorno sarei stata davvero una giornalista.
Oggi lo sono, ma della nera, dei morti ammazzati, dello sport, delle bozze da correggere e dei titoli nemmeno l’ombra. Scrivo, scrivo tutti i  giorni, ma scrivo per far conoscere ciò che succede dentro il palazzaccio della salute, per far dichiarare qualcosa alla capessa, per rispondere ad attacchi politici, per preparare interviste a nome di qualcun altro. Chiusa in un ufficio con le grate alle finestre o al seguito di carrozzoni politici con le mie belle ballerine e pacchi di giornali in mano.
Mi piace? No. E ora che il mio pensiero è distante, distantissimo, da quello di colui che mi paga, mi piace ancora meno. Non sono orgogliosa del mio lavoro, mi annoia, mi indispone, a volte mi fa vergognare. Non c’è una causa giusta per cui valga la pena lottare quando ciò che faccio quotidianamente ha l’unico obiettivo di far parte di un gioco politico che comincio a detestare.
Perché non cambio? Perché ho un contratto per altri due anni che mi garantisce uno stipendio, le ferie, le mutua, perché forse questo contratto diventerà a tempo indeterminato – visto che ho fatto un regolare concorso per ottenerlo – perché là fuori il clima non è rassicurante. Perché non posso permettermi di guadagnare 400 euro al mese lavorando sette giorni su sette dieci ore al giorno, perché ho 30 anni e ho fatto una gavetta di 10, perché di fronte a schiere di diciottenni disposti a lavorare per 3,60 euro all’ora nessuno vuole una giornalista professionista con esperienza che desidera essere pagata di più. Perché non ho l’ironia di Gramellini o la cultura di Montanelli e nemmeno la spocchia di Travaglio.

Vorrei avere il coraggio di buttarmi davvero, ma non so se arriverà mai il momento giusto per farlo.

Just breathe

•aprile 5, 2010 • 2 commenti

Stella stellina

•aprile 4, 2010 • 6 commenti

Saltella con la corda, prima un piede poi l’altro poi l’altro ancora. Porta scarpette rosse di vernice, i calzini bianchi con il pizzo di cotone, ha un vestito a quadretti e le treccine. Il cerchietto è rosso come le scarpe.

Canticchia e ad ogni saltello l’erba sembra rimbalzare con lei.

La osservo, mi siedo per terra e, in silenzio, seguo quei movimenti dal ritmo sempre uguale. Su e giù, su e giù.

Vicino a me c’è un gatto parlante che sbadiglia e mi racconta della sua diffcile vita, trascorsa a rincorrere gatte dal pelo soffice e la puzza sotto il naso.

L’erba è verdissima e sembra disegnata con i pastelli a cera. “Come i capelli di Berlusconi” mi dice il gatto. “Già” rispondo io.

La bambina a quadretti saltella e ci sorride. Ha gli occhi grandissimi e le guance paffute.

Lei non sa chi sono io, ma vorrei dirglielo, vorrei abbracciarla forte e proteggerla, vorrei dirle di non mangiare troppi dolci perché la pancetta non andrà più via, vorrei dirle di non guidare mai una vespa se non vorrà avere le ginocchia piene di cicatrici, di non svegliarsi quella notte di settembre e continuare a dormire, dormire, dormire….

Il gatto non vuole che io parli, mi mette un polpastrello sulla bocca e mi sussurra parole in una lingua che non so più comprendere.

Le osservo la frangetta e i riflessi rossi dei suoi capelli. Nell’occhio sinistro ha una macchia marrone – il graffio del diavolo raccontano – e sulla caviglia una cicatrice a forma di cuore.

Vedo il suo cuore battere sotto i quadretti,  sento la cantilena che accompagna i saltelli, stella stellina stella stellina stella stellina…i suoi sogni mi entrano dentro come una sottile scossa elettrica, dalla punta delle dita al viso, in mezzo al plesso solare, un fremito.  Siamo in due e siamo una soltanto.

e adesso…

•aprile 1, 2010 • 2 commenti

…si salvi chi può.

io, nel frattempo, mi incazzo. e mi dispero.

No, Cota non è il mio presidente.

Equinozio d’autunno

•settembre 22, 2009 • 7 commenti

Sono passati due anni e non posso fare a meno di pensarti. Immagino quella notte cercando di ricostruire i ricordi altrui e ogni volta che passo lì, proprio lì, chiudo gli occhi e non guardo, ma sento un brivido che si chiude in formicolio sulla punta delle dita.

Chissà se qualche volta hai guardato quaggiù….hai visto le tue figlie come sono cresciute? Quando osservo il loro viso ritrovo il tuo naso e sotto i pantaloni le tue stesse gambe lunghe e magre che mi fanno pensare a quelle minigonne vertiginose per cui ti prendevamo sempre in giro.

Quando mi hanno rubato la bicicletta ho pensato a te. E anche quando mangio un gelato buono non posso farne a meno. Il gelato sì, perché per me il tuo nome sarà sempre associato alla crema al limone e al puffo, sì lo so, avevano lo stesso gusto, ma il puffo mi faceva diventare la lingua blu e quindi era il mio preferito.

Non ti ho mai sognata, sai? Ed è strano, è nella mia vita onirica che prendono forma le paure e i desideri, è lì che sfogo l’ansia e che cerco la mia strada. Non sono capace di affrontare il dolore da sveglia, lo vivo sotto le coperte, dietro i volti di sconosciuti, correndo a perdifiato per paesaggi che non conosco, cadendo dagli alberi e dai pattini a rotelle, tornando bambina e amando una donna.

Ti ricordi quando in quinta liceo io e la tua creatura visitammo Dachau? Mi preparai moltissimo per quel viaggio, lessi libri e passai le ore a guardare documentari. Temevo di non reggere l’emozione.

Ma quando varcai il cancello ferrato non provai nulla. Né dolore, né paura. Indifferenza. Se fossi stata al mercato sarebbe stata la stessa cosa. Lo raccontai alle mie compagne che diedero la colpa alla mia sbronza di birra nera non del tutto smaltita.

Tornai a casa e capii. Sognai il lager per una settimana, ogni notte vivevo in una baracca diversa, viaggiavo in treno, subivo la tortura del digiuno e pativo fisicamente e nell’anima la privazione della mia identità. La paura di soffrire aveva messo un freno alle mie emozioni che, però, necessariamente, dovevano prendere una forma.

Per te ho pianto, tanto e subito, ma nei miei sogni non sei mai arrivata. Quanto vorrei rivivere, ancora una volta, quei pranzi austeri e così diversi da quelli di casa mia o farmi depilare i polpacci con la ceretta, agitandomi come un cane in gabbia mentre tu urli che devo stare ferma.

E invece sono semplicemente seduta in cucina, bevo una tisana di menta e liquirizia e fumo. Penso all’equinozio di autunno…lo sai che è considerato la prima festa delle tenebre? La natura comincia a percorrere la strada verso la morte, il dio lascia la dea che si prepara ad accogliere la vita nuova.

Chissà se ci ha pensato quella sera o se il destino ha voluto scegliere per te e sono io, oggi come allora, a vedere i segni di un ciclo che si chiude per riaprirsi al sole.

Ho riprovato quel brivido ora e mi piace pensare di avere la tua mano sui capelli.

Dormi bene.

Le fragole sul Po

•maggio 22, 2009 • 9 commenti

Eccolo il movimento del mio stomaco. Ha fatto capolino qualche giorno fa. Sarà il caldo, l’estate esplosa all’improvviso, ma si è acceso un interruttore dentro.

Eccomi di nuovo, straordinaria sensazione quella di ritrovarsi davvero in se stessi. Mi sembra di aver  incontrato un vecchio amico dall’aria familiare e invece ho sentito me dentro me. Ho provato emozioni, gioia, dolore, desideri, voglia di carezze. Ho sentito una scossa dentro, la libertà di pensare e la libertà di essere io, non soltanto parte di qualcosa, ma io da sola, a chiacchierare con me.

Questi mesi sono stati pesanti, la pressione pazzesca, qualche traguardo faticoso da raggiungere. Mi sono sentita travolta dalla vita, ho lasciato che tutto succedesse, ho studiato studiato studiato lavorato lavorato lavorato. Non mi sono presa cura della casa, non ho proposto serate interessanti, non ho organizzato feste e tantomeno vacanze. Ho preso treni, autobus, ho dormito al freddo e ho imparato tanto.

E poi all’improvviso, un giorno di inizio estate sento l’adrenalina che cresce, le forze che tornano per l’ultimo appuntamento con una commissione che chissà se sarà buona con me. E mi sento viva, faccio mille progetti con la mente, guardo al futuro, immagino case e cose, dipingo i muri con la fantasia, mangio le fragole lungo il po con i ricordi, leggo parole che mi hanno ridato la vita e mi hanno fatta sentire bella.

Mi lascio andare alla malinconia, ascolto canzoni che mi fanno piangere perché ho voglia di farlo e mi vedo persino carina oggi, con i pantaloni da pirata e la coda da ragazzina.

Era il 3 novembre 2006 e così scrivevo:

“La ninfa acciaccata, spiazzata, confusa, felice, paurosa, la ninfa con il cerchietto, la ninfa senz’ali, la ninfa che fa la torta di zucca e si tinge i capelli con colori improponibili, la ninfa di nessuno, la ninfa che è solo della ninfa, la ninfa che si emoziona e che si lascia andare, la ninfa dal cuore che brucia, la ninfa in pigiama, la ninfa senza vestiti”.

Sono passati quasi tre anni da allora e i capelli non li tingo più. Faccio l’henné ora, così restano morbidi. Mi fa tenerezza rileggermi, mi sembra di osservare una sorellina piccola.

Però quel fremito esiste ancora e vorrei poterlo regalare di nuovo.