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Io cantavo sabato sera, cantavo avvolta in una felpa grande, cantavo e mangiavo i panini con il pomodoro. Erano le 21.37 – me lo ricordo perché un sms funge da memoria – e lui cantava che un senso forse non ce l’ha questa vita, ma che domani arriverà lo stesso.

E il domani per te non è arrivato. Mentre noi cantavamo tu correvi e pedalavi e correvi lungo quei binari e forse avevi i tuoi tanti capelli al vento e correvi correvi perché quel cazzo di senso per te non c’era più.

Chissà che cos’hai fatto prima, se hai baciato le ragazze, se hai preparato la cena, se i piatti li hai lavati o se ti sei messa quella minigonna che ti piaceva tanto. Chissà dove sei andata con la tua bicicletta, se ti sei seduta su un gradino a guardare il cielo, se hai pensato a quelle due fanciulle che ti hanno dato tante soddisfazioni, a tuo marito o alla tua mamma.

O chissà se invece hai raggiunto subito quella staccionata, pedalando di corsa, senza guardare quel paesaggio così familiare, senza pensare che non c’è più niente a cui pensare.

Chissà se hai detto una preghiera, se hai urlato al cielo la tua disperazione, confusa dal fischio che io sento ogni notte, se hai aspettato, se gli sei corsa incontro, se hai pianto, se eri in pace, finalmente.

Io me li ricordo sai i tuoi biscotti. E anche il gelato, il più buono che io abbia mai mangiato. Mi ricordo che la tua casa era la mia, mi ricordo che stavo da te quando la mamma era in negozio. Mi ricordo che tenevi i dolci sotto la tv, che ti piaceva il mare, che amavi viaggiare.

Ricordo le tue piccole manie, le tue piante che ieri guardavo sul balcone. Conosco l’odore della tua casa, le riviste che leggevi. E poi ho conosciuto le tue lacrime, il male nascosto, il senso di impotenza.

Quante domande hai lasciato tra coloro che ti amavano. Credo che passeranno il resto della vita a cercare risposte che forse non arriveranno mai.

Io ti auguro di esserti seduta finalemente su una poltrona comoda, fatta di nuvole, ma ti prego, tieni una mano sulla testa delle tue ragazze, aiutale a capire, asciuga le loro infinite lacrime, dai loro una ragione per credere che le hai sempre amate tanto, fino all’ultimo istante. Perdonami se sono arrabbiata, ma a quegli occhi che ieri mi hanno abbracciata, a quelle mani che non mi mollavano, a quegli sguardi persi nel vuoto io non riesco a dare una risposta.

…e stanotte, ogni volta che i vetri della mia camera tremavano io ti ho pensata. Forse gli angeli avevano voglia di gelato.

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~ di verdespirito su settembre 24, 2007.

 
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