…e la pagnotta

Sono diventata giornalista professionista un anno fa, dopo aver sostenuto un esame surreale, dopo aver studiato un programma immenso di diritto penale, costituzionale, pubblico, deontologia, storia e qualunque altre cosa vi venga in mente. Ho superato l’esame scritto con un buon punteggio – che non serve a nulla e non è indice di bravura – ma aiuta sempre l’autostima e l’orale è andato ancora meglio. Ero e sono contenta, sì. Ma sono davvero una giornalista?
Paradossalmente lo ero prima di diventarlo a tutti gli effetti. Lo ero quando, a 18 anni e una grande passione per la scrittura e un’immensa curiosità, ho cominciato a lavorare per un giornale locale. Piccole collaborazioni che con il tempo sono diventate tante, quotidiane. La politica, la cronaca, il costume, la nera. Ricordo ancora il primo morto ammazzato sulle rive del fiume una notte piovosa di settembre. Tornata a casa vomitai. Ricordo il delitto di Cogne, ricordo il menabò su carta, ricordo le bozze da correggere, le foto da impaginare, i titoli, le dita sempre nere per l’inchiostro, le sigarette fumate rileggendo i testi degli altri collaboratori. Ricordo che i primi tempi consegnavo i pezzi su un floppy e quando ci fu l’alluvione e i ponti sui fiumi vennero chiusi i vigili del fuoco facevano la spola tra una riva e l’altra con i nostri dischetti. Mi ricordo i colleghi e la stanchezza, il senso di liberazione dopo la chiusura.
E non posso non ricordare che guadagnavo 3,60 euro lordi all’ora. Per potermi permettere quel lavoro ero costretta a farne altri, meno divertenti, ma più redditizi. Così entravo in redazione al mattino, in pausa pranzo correvo in una tavola calda, apparecchiavo, servivo e lavavo i piatti. Cinque euro all’ora. Tre ore dopo tornavo in redazione e la sera, a giornale chiuso, facevo telemarketing per un’agenzia immobiliare, sperando di guadagnare qualcosa sulle provvigioni. Tra una telefonata e l’altra studiavo. Era faticoso, ma sapevo che un giorno sarei stata davvero una giornalista.
Oggi lo sono, ma della nera, dei morti ammazzati, dello sport, delle bozze da correggere e dei titoli nemmeno l’ombra. Scrivo, scrivo tutti i  giorni, ma scrivo per far conoscere ciò che succede dentro il palazzaccio della salute, per far dichiarare qualcosa alla capessa, per rispondere ad attacchi politici, per preparare interviste a nome di qualcun altro. Chiusa in un ufficio con le grate alle finestre o al seguito di carrozzoni politici con le mie belle ballerine e pacchi di giornali in mano.
Mi piace? No. E ora che il mio pensiero è distante, distantissimo, da quello di colui che mi paga, mi piace ancora meno. Non sono orgogliosa del mio lavoro, mi annoia, mi indispone, a volte mi fa vergognare. Non c’è una causa giusta per cui valga la pena lottare quando ciò che faccio quotidianamente ha l’unico obiettivo di far parte di un gioco politico che comincio a detestare.
Perché non cambio? Perché ho un contratto per altri due anni che mi garantisce uno stipendio, le ferie, le mutua, perché forse questo contratto diventerà a tempo indeterminato – visto che ho fatto un regolare concorso per ottenerlo – perché là fuori il clima non è rassicurante. Perché non posso permettermi di guadagnare 400 euro al mese lavorando sette giorni su sette dieci ore al giorno, perché ho 30 anni e ho fatto una gavetta di 10, perché di fronte a schiere di diciottenni disposti a lavorare per 3,60 euro all’ora nessuno vuole una giornalista professionista con esperienza che desidera essere pagata di più. Perché non ho l’ironia di Gramellini o la cultura di Montanelli e nemmeno la spocchia di Travaglio.

Vorrei avere il coraggio di buttarmi davvero, ma non so se arriverà mai il momento giusto per farlo.

Annunci

~ di verdespirito su giugno 22, 2010.

8 Risposte to “…e la pagnotta”

  1. tesoro.
    è bello leggerti di nuovo sul blog. quando magari FB non è abbastanza anonimo, abbastanza profondo, no?

    paradossalmente stiamo pensando cose simili in momenti simili.
    che dire?
    io forse mi butto.
    ma non lo consiglierei -forse-.

  2. grazie mantiduccia :*
    che fatica….sabato ho partecipato al Pride e oggi mi hanno fatto notare che non è stato “opportuno” da parte mia…ora mi domando: quanto sono disposta a sacrificare il mio modo di essere per questo lavoro? sigh…

  3. non so in che consista buttarsi, nel tuo settore…che dire. stringi i denti e vai avanti, intanto, è vero che hai fatto già dieci anni di gavetta, ma hai trent’anni, sei giovane, vedrai che costruirai qualcosa 🙂

  4. la pagnotta è fondamentale, verdolina. soprattutto ora che fuori è come buttarsi nella fossa delle marianne.
    magari ( la butto lì, poi magari non è possibile) ogni tanto scrivere un pezzo per qualche giornale, anche di provincia, come free lance, anche pagato pochissimo, ti farebbe bene.
    pezzi di costume, di vita…guarda che ha combinato il free lance di rolling stones !!
    e se non si può (per contratto..) puoi sempre pensare di cominciare a scrivere qualcos’altro…racconti, un romanzo…why not?
    siamo il paese dell’arrangiarsi, verdolina. così è.

  5. dipende…
    se la tua vita alvorativa non tisoddisfa ma tutto il resto si e puoi magari “scribacchiare” in qua e il la…. allora magari cerca di reggere ma se il lavoro e la vita in generale non appagassero la persona allora sarebbe meglio buttarsi.
    Tu e mantiduzza pensate le stesse cose ma in condizioni secondo me diverse quindi meritereste due risposte distinte.
    Altro non so dirvi….
    io sono tra quelli che il prossimo anno dovrà per forza inventarsi un lavoro….

  6. fa ridere amaro vedere che per diventare giornalista hai dovuto studiare tutte quelle materie, deontologia in testa e poi andare a leggere cosa scrivono certi giornalisti….
    a parte questo, concordo con Minnie

  7. cerca lo stesso di scrivere, riprovaci, ri-ri-ri provaci.
    (ti ricordo, a fine esame, sai? Certe soddisfazioni è bello poter dire di essersele prese con le unghie e con i denti. Torna presto qui)

  8. Boh, non so. A me sembra AGGHIACCIANTE che si possa accettare di fare quello che hai fatto: so bene cosa significa avere i lavori B e C cosi’ da poter continuare a fare i lavoro A, e che se non lo fai tu qualcun altro si fara’ schiavizzare al tuo posto.
    Era esattamente lo stesso meccanismo del mio mondo, paro paro. Cosa dirti? Ad un certo punto mi sono buttato, a me e’ andata bene. Mia sorella ha scelto di adeguarsi, per un po’.. quando ha capito che non ne poteva piu’, si e’ buttata pure lei. Solo per farti due esempi, senza parlare del fatto che quando mia sorella scelse di adeguarsi litigammo come due furie perche’ l’ho accusata di contribuire a mantenere un sistema sbagliato. E lei a sostenere di non essere pronta a buttarsi. Io a farle venire sensi di colpa edandole della traditrice. Lei a rimbeccare. E cosi’ via.

    Capisco che la gavetta vada fatta (perche’ poi non lo so), ma dove la mettimao la dignita’ del lavoro? Dove lo mettiamo il diritto al lavoro?

    Cosa dirti? Capisco che tu volessi inseguire il tuo sogno, ma non sono d’accordo sul tuo adeguarti al sitema. Ma questa e’ la mia opinione, non conta molto. Quello che conta e’ che spero che tu sia felice, e se questo significa buttarsi, allora buttati.
    Good luck 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: